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MASCHERA DI TRADIZIONE PRETTAMENTE CALABRESE

TRATTO DA IL CARNEVALE NELLA VITA DI UN TEMPO

Il nome della maschera è discusso. Per alcuni deriva da Giovanni Golapiena, per altri da Zan Gurgolo o da Zan Zanni. Risulta chiaro, da tali derivazioni etimologiche, che si tratta di un personaggio dalla fame insaziabile. Mangia, infatti, chili di maccheroni, beve litri di vino, ma a casa d’altri non possedendo denaro, e si vanta delle sue straordinarie conquiste femminili, delle sue ricchezze e della sua nobiltà.

È, quindi, il classico scroccone e venditore di fumo. Arriva a dire che parla direttamente col re e che è in procinto d’acquistare un castello. L’origine della maschera, di connotazione e fantasia popolare, risale al Settecento, per mettere alla berlina quei signorotti siciliani, che emigrarono in Calabria dopo il 1713, quando la Sicilia fu ceduta ai Savoia. Gli atteggiamenti spagnoleggianti di quei blasonati siciliani, gonfi d’albagia e di vanagloria, stavano diventando preoccupanti, al punto da influenzare la società calabrese.

La maschera GIANGIURGOLO nasce, quindi, con l’intento di criticare quelli che scimmiottano i signorotti siciliani e di riportare la Calabria alla sua vera vocazione sociale, sobria e virile, non avendo o non potendo attuare una ribellione di piazza contro il dominatore di turno. I Calabresi troveranno la forza di sollevarsi solo durante la dominazione francese, il 21 marzo 1806, a Soveria Mannelli. Lì, un tale Carmine Caligiuri uccide un ufficiale francese, reo d’aver usato violenza a sua moglie. Quel giorno è l’inizio dell’insurrezione generale, denominata “Vespri Calabresi”.

Il tramite espressivo di GIANGIURGOLO, in un misto di spagnolo e di dialetto calabrese, è un’ulteriore caricatura dei signorotti spagnoleggianti.

Ecco alcuni versi: Vuerno Amor que seas matado / m’hai lu pettu tutti tripado / con el ierramu trine vizzon / m’hai grupato lu corazzon (Vecchio Amore che tu sia ucciso / mi hai crivellato tutto il petto / con la spada vile strumento / mi hai distrutto il cuore).

Il suo abbigliamento è quello di un capitano: cappello a pan di zucchero, una maschera di cartone con un enorme naso adunco, una spada pure di cartone. Gli abiti a sbuffo presentano colori molto vivaci, con brache lunghe, rigonfie sul polpacci, e con losanghe gialle e rosse.

La nostra maschera rientra nel periodo della Commedia dell’Arte, XVI – XVII sec. È chiamata Commedia dell’Arte, perché gli attori, per la prima volta dopo vari secoli, non sono dilettanti, ma veri professionisti con una preparazione culturale. Le loro rappresentazioni, infatti, non sono basate su testi già preparati, come avveniva nel passato, ma su canovacci, che forniscono la trama sulla quale si sviluppa l’improvvisazione teatrale degli attori.

La maschera GIANGIURGOLO ricorda le Atellane, farse popolari in dialetto osco, alquanto grossolane e oscene, originarie di Atella, città osca. A Roma furono introdotte verso la fine del IV sec. Erano per lo più improvvisate e recitate da attori, che portavano una maschera. I personaggi convenzionali erano quattro: Maccus, il ghiottone, Pappus, il vecchio rimbambito, Dossennus, il gobbo astuto, Bucco, lo spaccone, che parlava a casaccio.

Maccus, secondo una tesi di Margarete Bieber nel 1961, potrebbe essere il riferimento storico di Pulcinella, perché portava una maschera dal lungo naso adunco, simile a quello di un gallo, e una pancia prominente. La tesi della Bieber potrebbe riferirsi anche a GIANGIURGOLO, sempre per via della maschera e dal ventre prominente. Per altri, queste stesse fattezze mascherate avrebbero origine da un quinto personaggio delle Atellane, Kikirrus, dall’aspetto animale. Sembrerebbe più accreditata questa ipotesi, per entrambe le maschere, poiché il nome Kikirrus evoca, appunto, il verso del gallo.

Il personaggio fanfarone, GIANGIURGOLO, come altri Capitan Fracassa, Gradasso, Matamoro, ecc., trae origine dalla commedia di Plauto, Miles gloriosus. Questi, infatti, vanta la conquista di molte fortezze e città e pure l’uccisione di migliaia di nemici.

GIANGIURGOLO, se non è presente come nome nella tradizione dei nostri proverbi dialettali, è comunque biasimato per il suo vantarsi di merito inesistenti.


Eccone alcuni:

  1. 1)  Chjàcchjiri e tabbacchèri ’i lignu a ru Bancu ’i Napuli u’ ssi nni ’mpìgnunu, Chiacchiere e tabacchiere di legno al Banco di Napoli non se ne impegnano.
  2. 2)  Cu parra simìna, cu sta cittu ricògghja. Chi parla semina, chi sta zitto raccoglie.
  3. 3)  ’Na cosa è dicìri, ’na casa è fari Una cosa è dire, una cosa è fare.
  4. 4)  Assai pàmpini e poc’uva. Assai foglie e poca uva.
  5. 5)  I chjàcchjiri ’unni lìnchjunu panza. Le chiacchiere non riempiono pancia.
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